Centro Studi " Il Risveglio",  cultura,  politica,  società,  storia

NON TOCCATE IL 25 APRILE

 

Uniti Rinasceremo

 

di

     Andrea Castagna

 

 

Navigare tra le pagine della vecchia rivista “Il Risveglio” offre l’opportunità di rivivere momenti significativi della storia e l’incidenza degli stessi sulla società; nondimeno è interessante interpretare i sentimenti di chi quegli eventi li raccontava, vivendoli, talvolta rischiando la propria vita per un fine più alto: La Libertà.

Nell’edizione del 15 gennaio 1925, a chiosa del “Manifesto delle opposizioni del Paese”

(Consultabile anche nella sezione archivi -anno 1925), il direttore Umberto Biancone così scriveva:

 

“Questo manifesto che il comitato delle opposizioni ha lanciato al Paese, in risposta al discorso che il capo del governo (ndr. Mussolini) tenne alla sua camera il 3 gennaio. La pubblichiamo senza alcun commento, perché mentre potrebbe guastare la chiarezza e la bellezza del documento, daremmo appiglio al sig. Prefetto per ordinare magari un sequestro libero foglio, che per la causa della libertà e della giustizia ha combattuto, combatte e combatterà la buona battaglia fino alla Vittoria immancabile”

 

Quasi un secolo dopo, l’assuefazione della conquista dei diritti fondamentali e delle libertà personali permette a demagoghi professionisti di denigrare le tappe fondamentali e le battaglie che portarono la nostra Italia al riscatto dopo gli anni bui del fascismo. Se i nostri bis-nonni hanno costruito l’Italia sui valori risorgimentali, i nostri nonni hanno potuto farlo sull’onda dei valori della resistenza. La ricorrenza del 25 aprile è, quindi,  l’espressione alta del sacrificio di quell’Italia che, al prezzo di tante vite, ha lottato per donarci la Libertà.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione».                                                                                                                                                                                               Nelle parole di Pietro Calamandrei sembra leggere i gesti di un grande Presidente della Repubblica: Carlo Azeglio Ciampi.             Il Presidente della Brigata Majella, legato al nostro Abruzzo, è stato uno dei principali custodi dei valori della resistenza, l’uomo che ha saputo riunire il popolo attorno al Canto degli Italiani:

 

Essi allora forse neppure se ne rendevano conto: ma stavano dando vita alla nuova Italia democratica. In tutto ciò che essi fecero li animava l’amor di Patria. Amor di Patria che è amore di democrazia, ambedue sono i sentimenti che albergano e crescono insieme nell’animo degli Italiani. Se si rafforza il patriottismo, se si ravviva il nostro orgoglio di essere italiani, si rafforza, insieme con la Patria, la democrazia. “

 Così parlava a Sulmona il 17 maggio del 2001 in un discorso dedicato alla sua Brigata Majella.

 

Il 25 aprile è un simbolo di rinascita. E deve essere così anche oggi.

Non possiamo permettere che il corona virus indebolisca anche le nostre coscienze, non difendendo le nostre conquiste democratiche che, quotidianamente, avvelenatori di pozzi tentano di scalfire.

 

Il 25 aprile 2020 è una nuova rinascita. Una rinascita sulle note di “Bella ciao” in attesa dell’ingresso, imponente, del coro “Alle Menschen werden Brüder, ( Tutti gli uomini diventino fratelli), l’inno della Comunità Europea, con la fervente speranza che al più presto, appunto, divenga Comunità.

Ma il panorama economico post bellico che questa pandemia lascerà dovrà, in qualche modo, stimolare diverse riflessioni; dobbiamo ripensare noi stessi e le nostre abitudini. Dobbiamo ridisegnare modelli di vita legati a nuovi protocolli.

L’Abruzzo, così come l’ampia zona colpita dal sisma 2016, potrebbe essere il luogo di questa rinascita. L’archistar Stefano Boeri pochi giorni or sono, in un’intervista al quotidiano “La Repubblica”, immagina proprio questo:

“Ci sono 5.800 centri sotto i 5mila abitanti, e 2.300 sono in stato di abbandono – spiega Boeri – Se le 14 aree metropolitane adottassero questi centri, con vantaggi fiscali e incentivi… E già ci sono luoghi meravigliosi dove ti danno la casa in un centro storico a un euro, in Liguria, e lungo la dorsale appenninica

Nella riflessione di Boeri possiamo leggere una visione non legata esclusivamente al mero interesse architettonico o urbanistico; prospetta qualcosa di più profondo dal punto di vista sociale: il ritorno alla comunità. Il valore e la forza del piccolo network che serba in sé valori etici dimenticati. Solidarietà in primis. Ma non solo la solidarietà intesa come aiuto verso chi ha meno, che ovviamente mai come ora è necessaria, ma intesa come spirito di comunità nell’accezione olivettiana

(Adriano Olivetti)

(perché non immaginare, ad esempio, un recupero dei borghi della ormai desolata strada di Bosco Martese, in provincia di Teramo, come simbolo di un percorso storico della resistenza, che arrivi a ricongiungere, in modo figurato, alle città i monumenti in ricordo delle battaglie di libertà.)

 

 

L’auspicio, però, è che ora la classe politica italiana si dimostri all’altezza di queste scelte; il momento necessita di visioni ed idee che proiettino la nostra vita con sguardi a lunga gittata. Abbiamo bisogno di responsabilità. La stessa che spinse i partigiani a consegnarci un paese libero e pronto per essere edificato. Ri-progettiamoci, quindi, guardando al bene comune e lasciando da parte la propaganda costante che, purtroppo, è utile ad alimentare sentimenti nazionalisti, oggi diremmo sovranisti, sinonimi di chiusure, muri. Ne abbiamo abbattuti molti. Anzi, ne hanno abbattuti molti per noi. Non voltiamo le spalle alla fortuna che abbiamo ereditato, ma su di essa edifichiamo il nostro futuro, lontano da facili argomenti demagogici che possono solo nuocere alla salute della nostra Italia.

Per questo dobbiamo avere la pretesa di una classe dirigente all’altezza, formata e responsabile. Ma perché ciò possa accadere dobbiamo maturare come cittadini, chiedere alla nostra classe dirigente di non aver timore di guardare lontano.  E perché no ripartiamo dalla più impopolare delle scelte: il ripristino del finanziamento pubblico ai partiti.

La demolizione del concetto partitico, possiamo dircelo, non è stato certo un successo. I partiti, intesi nell’accezione pre 1992 , con tutti i loro limiti, per carità, assolvevano un compito fondamentale nella formazione della classe dirigente, nella formazione di un pensiero politico; erano dei contenitori sociali di discussione e di crescita. Ma non solo, la loro demolizione ha prodotto un allontanamento progressivo dalla vita politica di figure di spessore della società, lasciando spazio a persone non all’altezza e spesso mosse vizi più che da virtù.  Più che dell’uomo forte qui abbiamo bisogno del “Vir Bonus” e soprattutto di un linguaggio responsabile ( “dicendi peritus”).

Il recupero di un linguaggio misurato, corretto, è quanto mai necessario. Ad iniziare dai Social. La comunicazione politica sta, infatti, lasciando i luoghi e linguaggi istituzionali favorendo le piazze virtuali, costruendo le proprie fortune non solo su complessi apparati digitali, ma soprattutto sulla pigrizia di chi non riesce a leggere i fatti oltre lo spot.  Le “Vecchie” tribune politiche sono ormai diventate curve da stadio in cui, non solo in modo figurato, sedimentano e rigurgitano antiche pulsioni che speravamo ormai fossero sotterrate dalla storia. E invece no, non le abbiamo sotterrate. Il nostro 25 aprile lo dobbiamo difendere anche lottando con i rigurgiti di chi lo ritiene divisivo, con i rigurgiti di chi vuole cancellare lo scempio di un ventennio che ha macchiato la nostra storia, con i rigurgiti di chi vuole nascondere le nefandezze di libertà negate. E per tornare al risveglio del 15.01.1925: “La violenza può colpire uomini e partiti, può soffocare la stampa, ma non soffocherà mai le aspirazioni di un popolo civile.”

Ecco, Ri-Partiamo. Dalla nostra etica civile.

 

 

 

 

 

 

 

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