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“FASCISMI”, “DESTRE”, “POPULISMI”. BASTA CON I PLURALI, TORNIAMO AL SINGOLARE

 

 

 

di
Luca Di Bonaventura

 

C’è un fatto (e non è l’unico) sul quale devo ammettere la mia ignoranza. Non mi è chiaro con esattezza quando, in questa nostra società contemporanea, abbiamo lasciato che i plurali prendessero così – culturalmente – il sopravvento sulle identità singole delle cose. Alcuni precisi fenomeni storici, taluni risalenti al secolo scorso, improvvisamente hanno iniziato a essere declinati al plurale. Mi riferisco, ad esempio, a “fascismo” e “populismo”.

Negli ultimi anni il postmodernismo della comunicazione ha preferito orientarsi nella definizione di qualcosa che di fatto non né definibile né stabile. Si è scelto di rimandare a una generica declinazione al plurale l’analisi e l’interpretazione di un singolo fatto, o di una serie di singoli fatti. Si è scelto cioè, nella teoria, di “sommare” sotto un’unica definizione una serie di eventi che nella realtà sono ben distinti l’uno dall’altro; creando, in tal modo, un caos ordinato e solo apparentemente confuso che, pian piano, è divenuto la migliore delle strategie comunicative.

Nulla di grave, si potrebbe obiettare. Eppure il rischio, anzi direi il pericolo di una tendenza così spinta alla generalizzazione di un fenomeno sociale, economico, politico o culturale ha – dal mio punto di vista – essenzialmente due conseguenze problematiche: l’indefinitezza e la paura.

Ma andiamo con ordine.

In nome di una superficiale e, al contempo, più rapida comprensione di un tema o di un fenomeno si sceglie di non delinearlo, di non definirne i contorni e i contenuti precisi. In altre parole si sceglie di non approfondire: così, meno sarà definito e delineato un fatto e più ci sembrerà di conoscerlo. Se un fatto di interesse pubblico non viene spiegato nella sua precipua complessità (singolare) ma viene invece rappresentato come generalizzato (plurale) lo sforzo di comprensione sarà più leggero e sostenibile. Dire che “Mario Rossi è un uomo cattivo” comporta maggiore responsabilità che dire “Gli uomini sono cattivi”.

C’è un però.

L’esistenza di un fatto, ancorché non definito, farà però maturare quella naturale paura che l’indeterminato crea nell’uomo. Tuttavia, spesso quella stessa paura diventa una ricchezza su cui “investire”. E arriviamo alla seconda problematica: la paura. La paura è un fortissimo fertilizzante sociale che crea nei cittadini un buon terreno su cui far crescere un pensiero, una speranza, un timore. O, per dire, uno spazio favorevole per la vendita di un prodotto (qualunque esso sia). È uno schema predefinito, con delle regole ben precise e collaudate nel tempo.

Sulla paura dell’indefinito investono allo stesso modo alcuni partiti politici o alcune aziende. Così come pezzi di letteratura o di mezzi di comunicazione. E così come ampie fette del mercato. Per certi versi – mi si passi la forzatura – potremmo dire che vale quasi sempre la regola del commercio: se un prodotto tira conviene spingerlo a prescindere da tutto, o quasi.

Ciò premesso, e focalizzandoci ora sulla politica, ad una prima analisi possiamo dedurre che questa indefinitezza su alcuni fenomeni storici ha mutato antropologicamente e in modo non ideologico il messaggio politico contemporaneo. Nello specifico: perché oggi parliamo di fascismi (plurale) e non di fascismo (singolare), di destre e non di destra, di populismi e non di populismo? Perché parliamo indistintamente di poteri forti e non indichiamo il nome preciso di ciascun forte potere?

Riflettiamoci, perché credo non si tratti solo di un errore di superficialità o di una ipocrisia sovrastrutturale o di timore di analisi. Movimenti fascisti e parafascisti esistevano già negli anni trenta in tutto il mondo: in America Latina, in Giappone, in Egitto, in Iraq, senza dimenticare l’Europa. In presenza di così tanti fenomeni fascisti in tutto mondo, perché per 80 anni non si è usato quasi mai il plurale, che invece ha preso piede in modo preponderante negli ultimi anni dieci anni? Lo stesso identico ragionamento vale per la destra (si pensi a Spagna, Brasile, Stati Uniti, Germania, Austria, Repubblica Ceca) o per il populismo (italiano, inglese, americano, ungherese, antipolitico, identitario, di destra, di sinistra, mediatico). Perché di fronte a una pluralità di fenomeni non si sceglieva l’uso del plurale, ma si identificava nello specifico ogni singolo caso? La risposta, a mio modo di vedere, è purtroppo assai semplice: siamo di fronte agli effetti (al risultato, se preferite) di una scelta comunicativa. I meccanismi, i dispositivi, i procedimenti, le regole e le metodologie della comunicazione hanno scelto l’indefinitezza del plurale perché banalmente così funzionava meglio.

Qualche benpensante potrà dire che non esiste una buona comunicazione senza una buona politica, mentre può esistere buona politica senza una buona comunicazione. Giusto. Eppure è altrettanto vero che la comunicazione spesso prescinde dalla politica. Ma temo non in questo caso.

In definitiva, senza addentrarci in intrecci sofistici sulla secolarizzazione del fascismo o, peggio ancora, in pericolosi revisionismi storici, mi sia qui consentito asserire che è un rischioso errore l’uso del termine “fascismi” per indicare rigurgiti contemporanei di uno dei momenti più bui e dolorosi della nostra storia. Il pericolo sta tutto, o quasi, in quella indefinitezza semantica, storica e culturale cui ho in precedenza accennato. Se decidiamo di combattere per la mancanza di diritti o per la privazione di nostre libertà allora credo sia meglio essere coscienti che dobbiamo lottare contro “la destra” e non contro “le destre”, contro “il fascismo” e non contro “i fascismi”. In qualsiasi contesto e in qualsiasi tempo. Non a caso Umberto Eco parlava di ‘fascismo eterno’. Fascismo, al singolare. “È ancora intorno a noi talvolta in abiti civili. Il fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”.

Ecco perché ritengo sia più anacronistico parlare di fascismi che continuare a combattere il fascismo. Qui non c’è politica. Non c’è comunicazione. C’è la Storia.

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